Come vi abbiao detto nel calendario, prima di Natale eravamo al Planetario per parlare di racconti che c’entrano con la scienza. Ergo di Tutti i numeri sono uguali a cinque, ma non solo, e di questo blog, ma non solo.

Quella serata è stata aperta da un bello spettacolo degli amici del Planetario che racconta la Storia alternativa della Luna.

Mi  è piaciuta molto!

Racconta di visioni lunari che un tempo erano scientifiche e vere e che oggi sono palesemente errate e ridicole. Ma così è la scienza: un giorno è vera, e quello dopo è superata da nuovi fatti, osservazioni, teorie.

E poi racconta per il gusto di raccontare, affascinare, tenere avvinto lo spettatore. Non per divulgare, spiegare, illustrare.

E questo mi piace.

Se avete occasione andate a vederlo.

Paura della matematica

30 Agosto 2008

Non avevo mai letto nulla di Peter Cameron, ma difficilmente resisto al richiamo di un Adelphi che immancabilmente sfoglio, prendo in mano o almeno occhieggio sugli scaffali di qualche libreria d’Italia. Così non ho avuto esitazione a comprare a scatola chiusa “Paura della matematica” e non mi sono posto il problema di sapere cosa fosse. L’ho comprato e basta. E sono stato fortunato. Leggi il seguito di questo post »

Paolo Giordano è abbastanza tinsuac con la sua “Solitudine dei numeri primi”. La matematica – ma forse è meglio dire la scienza – dà forma al suo sguardo rigoroso ed esterno sulle persone, sui loro comportamenti e prima ancora sui loro sentimenti.

Il fatto che Mattia e Alice – i protagonisti del romanzo – siano due primi gemelli, “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”, è dolorosamente vero. E la loro gemellitudine sta proprio tutta nell’impossibilità di dire chi dei due sia il protagonista e nel costringerli assieme a dividersi questo ruolo.

Poi ci sono i tic, le abitudini, il nascondersi nella matematica di lui. E le sofferenze di lei, il cibo che non va giù, il corpo vissuto e visto dal di fuori.

Mattia soffre nell’anima e Alice nel corpo. E questo genera in lui una sofferenza fisica e in lei una sofferenza spirituale. Gemelli.

Ma è lo sguardo di Giordano, al tempo stesso freddo e partecipe a far di questo romanzo un’opera che ha a tutti gli effetti “la scienza di fianco” e che prevede la scienza come una delle chiavi per leggere e interpretare il mondo e gli uomini. Senza nessuna speranza, certo, se non quella di una vita che lascia sempre prima o poi l’opportunità di rincontrarsi, di stare un po’ vicini. O almeno quasi.

Per chi non l’avesse capito: consiglio di leggerlo.

C’è l’altra faccia della luna e il signore delle comete nelle parole di Roberto Vecchioni in “Di rabbia e di stelle”. E le stelle sono lo sguardo esterno di chi ci osserva al microscopio – e come se no?

C’è amarezza ma c’è anche molto rigore in queste canzoni – fulminali subito quelli che non hanno i congiuntivi – che leggono i problemi nei nostri comportamenti spiccioli. E l’uso maleducato della parola è uno dei nostri comportamenti spiccioli degenerati. È uno dei nostri problemi.

Vecchioni ha scritto e cantato canzoni di osservazione e poesia, di poesia nell’osservazione. C’è la passione e il coinvolgimento, forse anche un qualche residuo necessario di ottimismo. Ma c’è anche la freddezza e il distacco di chi guarda un fenomeno altro, esterno da sé. Canta senza responsabilità per l’oggetto delle sue canzoni ma solo descrivendo cosa accade.

Ci sento molta scienza, una scienza che come piace a noi esce con urgenza dal testo forse anche senza che Vecchioni sappia di avercela messa.

To bee or not to bee

4 Febbraio 2008

Nelle mie letture onnivore quanto disordinate, non avevo mai incontrato Bret Easton Ellis. Fulvio è l’amico che mi porta le letture sghembe, cioè quelle che io mai mi procurerei ma che una volta lette ne sono contento. E anche questa volta è Fulvio ad avermi fatto conoscere BEE e il suo Lunar park.

Sono all’inizio, ma già lo divoro. Già mi divora. Il sintomo è che lo sposto dal comodino al bagno, dal bagno al divano e ritorno. Mi divora la rappresentazione – involontaria, direi – che BEE dà del principio di indeterminazione. Non si distingue la vita vissuta – di BEE – dalla vita raccontata – da BEE. Non è solo un gioco di richiami e di specchi. È molto di più: è l’autore che guarda se stesso e si racconta raccontante. E la scrittura deforma la vita – mentre è ovvia l’altra implicazione: che la vita deformi (o informi?) la scrittura.

Vado a leggerne un altro po’.

Buona giornata.

Pianeta Morente

16 Gennaio 2008

“Dying Planet” (2005, Duke University Press) è un recente cultural study sul pianeta Marte nell’immaginario scientifico e letterario, un tour de force di notevole esaustività sull’argomento che merita di essere segnalato all’attenzione di chi segue il blog e ha a cuore il mistero del rapporto tra scienza praticata e scienza narrata. E quale miglior soggetto per un case study se non il Pianeta Rosso? Robert Markley dell’Università dell’Illinois lo sa bene perché si occupa da anni dell’argomento ed ha spulciato contemporaneamente TUTTA la bibliografia planetologica specialistica e TUTTA la fiction al riguardo, dalla più sofisticata alla più imbarazzante e pulp. Ma quello che colpisce del saggio non è la vastità dei riferimenti, quanto la capacità di fonderli in una narrativa contrappuntistica estremamente convincente. L’immagine che ne emerge chiarisce una volta per tutte quello che i sociologi della scienza ci ripetono ad nauseam negli ultimi decenni: non esiste una scienza “pura” che agisce per logica “gravitazionale” (con una verità progressivamente e infallibilmente denudata), ma un miscuglio inestricabile di dati empirici, pregiudizi ideologici, speculazioni corrette, illusioni stimolatrici, fantasie analogiche vivificanti.

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