Quattro racconti matematici

25 Settembre 2009

La scuola raccontata con gli occhi della matematica è fatta di compiti in classe, interrogazioni, intervalli, gioco del calcio e… innamoramenti. Nella primavera 2009, gli studenti delle seconde F e G del Liceo Scientifico Alessi di Perugia hanno partecipato a un laboratorio di scrittura e scienza tenuto da Robert Ghattas (che ne parla su Alice&Bob, nel numero che uscirà nell’autunno 2009: è tutto un fatto di stagioni!). Ne sono nati sedici racconti vivi e vivaci. Ne abbiamo selezionati quattro, che pubblichiamo nelle prossime settimane:

Vincoli e libertà

22 Dicembre 2008

Ogni tanto mi chiedo come mi viene fuori un racconto.

Ora, lo so, ce n’è uno che germoglia presumibilmente da solo. Da solo perché non gli sto dando acqua, idee, tempo, energia. Però germoglia, lo so. E’ un racconto che nasce in piena libertà.

D’altra parte mi capita di scrivere delle pagine delle quali dopo sono soddisfatto a partire da vincoli, magari arbitrari o magari no. Ecco: in quei casi so che i vincoli sono creativi.

Allora mi chiedo: che peso ha la libertà? Che peso hanno i vincoli? Per scriverli sono più fertilizzanti ques’ultimi o la prima? Che ne dite?

Il mondo senza U

14 Ottobre 2008

In un mondo senza “u”, il povero unununio si troverebbe male, fortuna che…

L’Italia e il nucleare

23 Giugno 2008

Mi pare piuttosto evidente che la nostra classe politica non è in grado di gestire la produzione di rifiuti ordinari in modo chiaro, trasparente, efficiente. La discariche abusive proliferano, in mano ad Altri che non lo Stato.

In base a quale ragionamento dovrei affidarmi alla stessa classe politica per lo sviluppo del nucleare e relative scorie? Dopo quanto tempo finirebbero in mano ad Altri? E da lì? In altri termini:tra uno stato non sovrano armato di nucleare e uno stato non sovrano disarmato ma che deve acquistare energia, in base a quale ragionamento dovrei preferire il primo?

Nascita dei colori

19 Maggio 2008

All’epoca del Big Bang, materia e radiazione mutavano rapidamente d’aspetto e nessuna struttura complessa era durevole.La luce era tanto energetica che sarebbe risultata invisibile ma, con l’espansione dell’universo, si indebolì e si disaccoppiò dalla materia: quando questo accadde, la maggior parte di fotoni era di colore visibile.

“Non che non ci fossero!” sbottò il vecchio Qfwfq. “Solo che eravamo mescolati, noi e loro, e all’inizio non era neanche ben chiaro chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Ce le davamo di santa ragione e ci divertivamo un mondo.

Succedeva così: si usciva di casa, la mattina presto, armati di fionde e cerbottane… e quelli, magari subito fuori dalla porta, ti saltavano già addosso in diecimila. Ne sarebbe bastato uno per distruggerti, ma loro arrivavano sempre numerosi, a bande, a frotte, a treni. Ti saltavano addosso e te le davano di santa ragione, capisci? Semplicemente ti disintegravano. Distrutto, annientato. Non eri più lì. Eri subito in un altro posto e poiché tutti i posti sembravano racchiusi e riassunti in uno, era come se non fossi mai uscito di casa. E allora ci provavi, a calmarti. Provavi a rimanere un momento fermo, con l’orecchio sull’uscio, a pensare se era davvero il caso di rimettere il naso fuori o, piuttosto, se non valesse la pena di approfittarne per rimanere al sicuro. Per lasciar passare il momento, per lasciarli sfogare. Per lasciare che, con il tempo, perdessero un po’ della loro energia, del loro vigore giovanile. Ma poi si tornava sempre a uscire, noialtri. Si sapeva che loro avevano bisogno di noi, per far brillare la loro esuberanza.

E loro, loro erano davvero dei duri, correvano come pazzi, senza rifletterci due volte. All’epoca non eravamo certo da meno, ma avevamo già una certa disposizione alla pigrizia e col tempo rallentammo. Loro no: non smisero mai di buttarsi a capofitto per la strada, alla massima velocità. Non li vedevi neppure, se non quando ci sbattevi il naso e allora erano botte. Però erano belli, bellissimi. Sapere che là fuori c’erano loro ci cambiava la vita. Davvero.

Eppure pian piano ci calmammo, tutti quanti. Quei giochi iniziarono ad annoiarci e diventammo più solitari. Prendemmo a desiderarci di più, noi simili, a metterci insieme, a formare i primi nuclei familiari.

E loro capirono, ci lasciarono fare. Ci cercavano ancora, ma con minor convinzione. Poi si sparsero per il mondo, si fecero più delicati, meno prepotenti. Sempre correndo come pazzi, ma come dei pazzi sempre più svuotati di pazzia. Ci fu un momento in cui pareva che fossero tutti artisti: sfrecciavano colorati per cielo e terra, senza sosta. E tutto si accese di una nuova luce.

Li guardavamo da dietro le finestre, noi, con i più piccoli in braccio. Continuavano ad essere belli. Ci ho pensato a lungo, sai? Ne ho prese tante, ne ho date tante. Ma, senza dubbio, è merito loro (e delle bastonate che ci siamo scambiati), se oggi vedo ogni cosa così chiaramente.

Stefano

Trent’anni fa, questi erano gli ultimi giorni di libertà di Aldo Moro. Il clima che si creò in Italia con la tragedia del suo rapimento è lo sfondo di un racconto che amo: “L’erba cedrina”, che trovate qui.

“C’è un sole che spacca le pietre, Aldo Moro è stato rapito da 20 giorni e noi della Stella Rossa siamo molto, molto preoccupati” è un incipit che rende bene conto di come quel rapimento impregnava di preoccupazione, ansia, dramma tutti gli italiani e con loro i protagonisti che Stefano Sandrelli fa vivere.

Io ho i miei personali ricordi di quei giorni – silenzi, lacrime, parole tese.

Poi il racconto si svolge e rimbalza tra una vicenda infantile e l’altra sino a una lezione nella quale la maestra legge uno stralcio di lettera di Aldo Moro a sua moglie Eleonora; e il piccolo protagonista – uno che portava Lotta Continua in classe – chiede: “Signora maestra, ma allora Aldo Moro era buono? Come Che Guevara? Come Pasolini? Come Peppino Impastato?”.

Ecco: questo mi sembra un bellissimo omaggio, a trent’anni di distanza.