Nascita dei colori

19 Maggio 2008

All’epoca del Big Bang, materia e radiazione mutavano rapidamente d’aspetto e nessuna struttura complessa era durevole.La luce era tanto energetica che sarebbe risultata invisibile ma, con l’espansione dell’universo, si indebolì e si disaccoppiò dalla materia: quando questo accadde, la maggior parte di fotoni era di colore visibile.

“Non che non ci fossero!” sbottò il vecchio Qfwfq. “Solo che eravamo mescolati, noi e loro, e all’inizio non era neanche ben chiaro chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Ce le davamo di santa ragione e ci divertivamo un mondo.

Succedeva così: si usciva di casa, la mattina presto, armati di fionde e cerbottane… e quelli, magari subito fuori dalla porta, ti saltavano già addosso in diecimila. Ne sarebbe bastato uno per distruggerti, ma loro arrivavano sempre numerosi, a bande, a frotte, a treni. Ti saltavano addosso e te le davano di santa ragione, capisci? Semplicemente ti disintegravano. Distrutto, annientato. Non eri più lì. Eri subito in un altro posto e poiché tutti i posti sembravano racchiusi e riassunti in uno, era come se non fossi mai uscito di casa. E allora ci provavi, a calmarti. Provavi a rimanere un momento fermo, con l’orecchio sull’uscio, a pensare se era davvero il caso di rimettere il naso fuori o, piuttosto, se non valesse la pena di approfittarne per rimanere al sicuro. Per lasciar passare il momento, per lasciarli sfogare. Per lasciare che, con il tempo, perdessero un po’ della loro energia, del loro vigore giovanile. Ma poi si tornava sempre a uscire, noialtri. Si sapeva che loro avevano bisogno di noi, per far brillare la loro esuberanza.

E loro, loro erano davvero dei duri, correvano come pazzi, senza rifletterci due volte. All’epoca non eravamo certo da meno, ma avevamo già una certa disposizione alla pigrizia e col tempo rallentammo. Loro no: non smisero mai di buttarsi a capofitto per la strada, alla massima velocità. Non li vedevi neppure, se non quando ci sbattevi il naso e allora erano botte. Però erano belli, bellissimi. Sapere che là fuori c’erano loro ci cambiava la vita. Davvero.

Eppure pian piano ci calmammo, tutti quanti. Quei giochi iniziarono ad annoiarci e diventammo più solitari. Prendemmo a desiderarci di più, noi simili, a metterci insieme, a formare i primi nuclei familiari.

E loro capirono, ci lasciarono fare. Ci cercavano ancora, ma con minor convinzione. Poi si sparsero per il mondo, si fecero più delicati, meno prepotenti. Sempre correndo come pazzi, ma come dei pazzi sempre più svuotati di pazzia. Ci fu un momento in cui pareva che fossero tutti artisti: sfrecciavano colorati per cielo e terra, senza sosta. E tutto si accese di una nuova luce.

Li guardavamo da dietro le finestre, noi, con i più piccoli in braccio. Continuavano ad essere belli. Ci ho pensato a lungo, sai? Ne ho prese tante, ne ho date tante. Ma, senza dubbio, è merito loro (e delle bastonate che ci siamo scambiati), se oggi vedo ogni cosa così chiaramente.

Stefano

Paolo Giordano è abbastanza tinsuac con la sua “Solitudine dei numeri primi”. La matematica – ma forse è meglio dire la scienza – dà forma al suo sguardo rigoroso ed esterno sulle persone, sui loro comportamenti e prima ancora sui loro sentimenti.

Il fatto che Mattia e Alice – i protagonisti del romanzo – siano due primi gemelli, “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”, è dolorosamente vero. E la loro gemellitudine sta proprio tutta nell’impossibilità di dire chi dei due sia il protagonista e nel costringerli assieme a dividersi questo ruolo.

Poi ci sono i tic, le abitudini, il nascondersi nella matematica di lui. E le sofferenze di lei, il cibo che non va giù, il corpo vissuto e visto dal di fuori.

Mattia soffre nell’anima e Alice nel corpo. E questo genera in lui una sofferenza fisica e in lei una sofferenza spirituale. Gemelli.

Ma è lo sguardo di Giordano, al tempo stesso freddo e partecipe a far di questo romanzo un’opera che ha a tutti gli effetti “la scienza di fianco” e che prevede la scienza come una delle chiavi per leggere e interpretare il mondo e gli uomini. Senza nessuna speranza, certo, se non quella di una vita che lascia sempre prima o poi l’opportunità di rincontrarsi, di stare un po’ vicini. O almeno quasi.

Per chi non l’avesse capito: consiglio di leggerlo.