C’è l’altra faccia della luna e il signore delle comete nelle parole di Roberto Vecchioni in “Di rabbia e di stelle”. E le stelle sono lo sguardo esterno di chi ci osserva al microscopio – e come se no?

C’è amarezza ma c’è anche molto rigore in queste canzoni – fulminali subito quelli che non hanno i congiuntivi – che leggono i problemi nei nostri comportamenti spiccioli. E l’uso maleducato della parola è uno dei nostri comportamenti spiccioli degenerati. È uno dei nostri problemi.

Vecchioni ha scritto e cantato canzoni di osservazione e poesia, di poesia nell’osservazione. C’è la passione e il coinvolgimento, forse anche un qualche residuo necessario di ottimismo. Ma c’è anche la freddezza e il distacco di chi guarda un fenomeno altro, esterno da sé. Canta senza responsabilità per l’oggetto delle sue canzoni ma solo descrivendo cosa accade.

Ci sento molta scienza, una scienza che come piace a noi esce con urgenza dal testo forse anche senza che Vecchioni sappia di avercela messa.