Qualche settimana fa vi segnalai Corto si può fare: una bella iniziativa.

Robert ha avuto anche il merito di essere selezionato, così come Euro Carello – un altro amico al quale l’avevo segnalato – e la nostra ineffabile FEM.

Io invece non sono capace a leggere i bandi e così mi sono tutte concentrato sul fatto che il racconto doveva essere più corto di 1.800 battute e non mi sono accorto che le sfidanti richiedevano anche che dovesse essere in terza prima persona – così ho mandato un testo inaccettabile (è in terza persona! pofferbacco!), che però a me piace.

E così ve lo propongo, perché preferisco il nostro blog al mio cassetto.

Buona lettura. Sono graditi feed-back.

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Trent’anni fa, questi erano gli ultimi giorni di libertà di Aldo Moro. Il clima che si creò in Italia con la tragedia del suo rapimento è lo sfondo di un racconto che amo: “L’erba cedrina”, che trovate qui.

“C’è un sole che spacca le pietre, Aldo Moro è stato rapito da 20 giorni e noi della Stella Rossa siamo molto, molto preoccupati” è un incipit che rende bene conto di come quel rapimento impregnava di preoccupazione, ansia, dramma tutti gli italiani e con loro i protagonisti che Stefano Sandrelli fa vivere.

Io ho i miei personali ricordi di quei giorni – silenzi, lacrime, parole tese.

Poi il racconto si svolge e rimbalza tra una vicenda infantile e l’altra sino a una lezione nella quale la maestra legge uno stralcio di lettera di Aldo Moro a sua moglie Eleonora; e il piccolo protagonista – uno che portava Lotta Continua in classe – chiede: “Signora maestra, ma allora Aldo Moro era buono? Come Che Guevara? Come Pasolini? Come Peppino Impastato?”.

Ecco: questo mi sembra un bellissimo omaggio, a trent’anni di distanza.