Pianeta Morente
16 Gennaio 2008
“Dying Planet” (2005, Duke University Press) è un recente cultural study sul pianeta Marte nell’immaginario scientifico e letterario, un tour de force di notevole esaustività sull’argomento che merita di essere segnalato all’attenzione di chi segue il blog e ha a cuore il mistero del rapporto tra scienza praticata e scienza narrata. E quale miglior soggetto per un case study se non il Pianeta Rosso? Robert Markley dell’Università dell’Illinois lo sa bene perché si occupa da anni dell’argomento ed ha spulciato contemporaneamente TUTTA la bibliografia planetologica specialistica e TUTTA la fiction al riguardo, dalla più sofisticata alla più imbarazzante e pulp. Ma quello che colpisce del saggio non è la vastità dei riferimenti, quanto la capacità di fonderli in una narrativa contrappuntistica estremamente convincente. L’immagine che ne emerge chiarisce una volta per tutte quello che i sociologi della scienza ci ripetono ad nauseam negli ultimi decenni: non esiste una scienza “pura” che agisce per logica “gravitazionale” (con una verità progressivamente e infallibilmente denudata), ma un miscuglio inestricabile di dati empirici, pregiudizi ideologici, speculazioni corrette, illusioni stimolatrici, fantasie analogiche vivificanti.
Il vero Marte, anche oggi, è sempre una spanna oltre la nostra capacità di vedere, di discernere. Il vero Marte è quello che costruiamo proiettando le nostre aspettative, i nostri modelli cognitivi. Proprio nella dialettica tra radicale alienità e impossibilità di non sovrapporre il linguaggio mutuato dalla Terra a quei panorami lontani sta il nucleo del discorso di Markley, sostenuto con dovizia di esempi ed estrema coerenza concettuale. Si parte dal Marte inabitabile di Defoe e dalle prime osservazioni neutrali postgalileianedel pianeta e si sprofonda gradualmente in un pantano di sogni, illusioni ottiche, reticenze e inferenze maldestre, in una vicenda come quella dei canali che non smette di stupire e di offrire colpi di scena epistemologici. È solo con una riscrittura a posteriori omertosa e superficiale che la storia del grande autoinganno può essere assunta ad esempio di una teoria scorretta proposta da ciarlatani e smascherata da buoni scienziati sperimentali. Tutt’altro, argomenta Markley, i luoghi comuni vengono sistematicamente rovesciati: non esiste un esperimento cruciale in cui viene dimostrato l’effetto dell’illusione percettiva (la propaganda di Maunder e le argomentazioni di Cerulli e Antoniadi vengono all’epoca puntualmente confutate, o almeno considerate non risolutive); il sogno non si interrompe all’inizio del XX secolo, piuttosto si infiacchisce per mancanza di nuove osservazioni dirimenti, pur continuando a sostenere e alimentare la ricerca fino all’epoca del programma spaziale (le mappe dei primi Mariner, nei laboratori della NASA, erano ancora solcate da canali); Lowell fu campione di un pensiero darwinista portato alle estreme conseguenze cosmologiche laddove Alfred Wallace, il co-scopritore dell’evoluzionismo, fu anticanalista cedendo a un antropocentrismo di stampo spiritualista, religioso, pseudoscientifico. Se anche il torto e la ragione appaiono chiari a posteriori, dov’è il villain e dove lo scienziato virtuoso?
La febbre dei canali ebbe peraltro un interessantissimo effetto collaterale, finora assai poco evidenziato: la nascita di una consapevolezza planetaria, di un modello ecologico globale e interplanetario oggi saldamente radicato nel terreno della planetologia comparata come nelle speculazioni sul modello Gaia.
Ma Markley non si ferma alla storia passata. Prosegue con la sua indagine fino a Mars Express, Spirit e Opportunity, svelando i perduranti feedback tra scienza e immaginario letterario. La retorica del pianeta morente non ha mai smesso di plasmare i nostri esperimenti né le nostre narrazioni di esplorazioni future, anche dopo il tramonto dei canali. Solo recentemente il tacito accordo su questa visione romantica si è spezzato, insinuando il dubbio che Marte non sia mai stato davvero simile alla Terra.
Anche nelle recenti saghe dei microrganismi fossili nel meteorite ALH e dell’analisi degli esperimenti biotici del Viking il ruolo dell’immaginario è preponderante al massimo grado. I risultati delle indagini si frastagliano, divengono inafferrabili, eternamente in conclusivi (a meno di non operare un taglio arbitrario in qualche punto del ragionamento), mentre mutano le stesse fondamenta del concetto di vita batterica sotto i piedi dei ricercatori. La vita su Marte diviene un topos (come quello dell’acqua naturalmente), un mito che si autoreplica e che rende evidenti i limiti contingenti della conoscenza.
Il processo di desertificazione e la progressiva spoliazione di organismi biologici anche semplici sono anticipati dalla narrativa bradburyana e dickiana, ma a dettare l’agenda dell’esplorazione presente e futura sarà la (fanta)scienza più immaginifica di Carl Sagan prima e Robert Zubrin con la sua Mars Society poi. L’attenzione si sposta così sul Marte umanizzato del terraforming in un ennesimo, ambiguo rovesciamento di ruoli. A tenere alta questa bandiera estremamente speculativa (ma che in fin dei conti è il motore per le future missioni umane) è la scienza più o meno ufficiale, mentre a farsi carico della necessaria critica ideologica è la fantascienza umanista e utopistica di Kim Stanley Robinson: no al modello di sfruttamento terrestre applicato al resto del Sistema Solare, no alla riproposizione di una New Frontier dalle risorse illimitate e razziabili a volontà, no a un processo di allargamento su scala planetaria della politica capitalista. In fin dei conti è proprio in questo paradosso l’intuizione più feconda di “Dying Planet”: il nostro sguardo non può smettere di riflettersi sul Pianeta Rosso (per riprendere una celebre immagine di Martian Chronicles), ma insieme allo sguardo riflesso di ritorno, che occulta e rende inattingibile Marte, ecco emergere anche il nostro volto, sottilmente modificato nel processo. Contemplare e comprendere quel volto nuovo e semialieno è parte integrante di un processo culturale ampio, al cui interno riposa incastonata e inseparabile l’impresa scientifico-tecnologica.