Chi canta, chi suona

18 Dicembre 2007

La prima volta fu quando avevo 12 anni. Una domenica pomeriggio, il sole sulla porta finestra sul mare, tenuta chiusa. Era inverno. Avevo il giradischi grande per i 33 giri, con il riduttore per i 45. La musica era Stephen Schlaks, Sensitive and Delicate. La storia era quella di un gatto nero, senza un occhio. Era un gatto infernale, che seminava dolore e morte in coloro che lo raccoglievano e amavano. Non che ricordi altro, se non che la musica andava una due tre volte, mentre picchiavo di questo gatto sui tasti della mia macchina da scrivere blu e che, ogni tanto, controllavo che la carta-carbone funzionasse a dovere.

Da allora è una specie di herpes. Tanto più sono sotto pressione, quanto più scrivo. Adolescenza fatta di racconti breve ossessivamente tristi e poesie d’amore assolutamente disperate. Esemplare. Corso di laurea: pausa totale, dedizione eterna all’assimilazione. Poi è arrivata la tesi di laurea. E insieme alla tesi di laurea, esattamente negli stessi 20 giorni nei quali lavoravo dalle sei di mattina alle 2 di notte, ho scritto Luna e la notte di San Lorenzo, una favola con cui ho vinto il Premio Teramo. È nata così: un’amica ha chiamato sua figlia Luna e Vittorio Castellani mi ha insegnato tutto quel che so di evoluzione stellare. Nel mio racconto Castellani è un folletto (un leprecauno, per essere esatti) che dona alla protagonista un retino per prendere le stelle.

Più o meno è quel che faccio anche ora. Un po’ di emozioni, un divertimento, un’idea, un legame sorprendente. Vengono da dove vengono. Mi è capitato di studiare più la fisica che il latino. Più la matematica che la storia. Quindi vengono anche da lì. A volte in modo diretto, a volte in modo del tutto contorno, come in un sogno. Confesso che, ogni tanto, me ne lamento e tento il recupero con un manuale di storia, di filosofia, con un classico greco o latino. Ma la dedizione e il tempo a disposizione degli studi universitari sono irraggiungibili. Tra l’altro, la fisica, con le sue profondità, le sue interpretazioni, i suoi misteri e la sua dolce ossessione di capire e ordinare, mi piace. Mi fa tenerezza la sua testardaggine che, a patto di semplificare la realtà in modelli, riesce a dare risultati. Che poi funzionano anche per la realtà, non solo per i modelli.

Tinsuac nasce da questo mare. Siamo persone che scrivono utilizzando la materia di cui siamo fatti. E scriviamo per chi vuole leggere le nostre storie. Vorrei che andassero un po’ ovunque. Vorrei che, allo stesso modo, ci piovessero addosso storie da ovunque.

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