Dopo la Botta

23 Novembre 2007

La Botta lo prese di sprovvista. Di nuovo. Poi la sorpresa finì lì. Sentì la coscia intorpidirsi. Il terreno mancargli sotto i piedi, il parafango strusciare il ginocchio, il polpaccio, la caviglia. Sapeva che poi sarebbe venuto il momento del colpo al fianco (c’era la milza, da quelle parti) e della testa che sanguinava contro il tergicristalli.

Si svegliò subito prima, urlando. Luisa, come ogni volta da un mese a questa parte, si era svegliata subito prima di lui (come faceva?) e adesso l’avvolgeva in un abbraccio cantilenante. Si riaddormentò sulla sua spalla e furono ore senza sogni. Leggi il seguito di questo post »

Continua la ricezione di materiale prodotto durante i laboratori di Genova; oggi tocca a due testi poetici di Laura Bianchi. Il primo pezzo è nato ispirato da uno degli oggetti che erano presenti sul tavolo degli spunti – delle gocce di vetro di un lampadario – mentre nel secondo il lesmapi va ad unirsi al bodi, al bolone e al divorano nati dall’esercizio di Primo Levi sull’invenzione di un animale.

Senza titolo

Tre gocce altalenanti,
risveglio disarmante
confuse visioni
che perdono contorni
legandosi in volute
rompendosi, frammentandosi
in schegge colorate.

La forma rassicurante,
neutra, incolore,
liberandosi
vibra delle sue possibilità.

Lesmapi

Lesmapi avvolta
da gusci salivari,
baccello languido
che pianta madre
lancia travagliando.
Poi, la luce cresce:
occhi smeraldini,
gambe ventosine,
mente intraprendente
che si sposta con intenzione
di audaci movimenti
che il corpo ha dotato di bulbi.
S’aggrappa in groppa
a genti senza indugio
su abiti arditi o spenti.
Ignora confini
di lini, lane, pelli, cotoni o artifici
al fine di sfamarsi e riprodursi
in climi miti.
Per ultimo tiene traiettorie,
incisivi recapiti,
resi arbitrari da condizioni
naturali compromesse,
da chi può scegliere
di indossare
lini, lane, pelli, cotoni o artifici.

Enrico Pedemonte intervista sull’Espresso Jonathan Lethem. Si parla del romanzo in uscita dal Saggiatore “Non mi ami ancora”, ma si parla soprattutto del rapporto tra scrittura e copiatura, tra originale e calco, tra opera e plagio.

Lethem è possibilista, molto possibilista, sul copiare. E lo è per una ragione profonda: le idee sono il distillato di un’epoca, di un flusso di pensieri collettivo che ha, per sua stessa natura, un’origine – direi quasi una ragione – collettiva. Chi può dire che un testo è “suo”?

Ed è così possibilista che sul suo sito lancia il “progetto dei materiali promiscui”. Ci sono pagine che ha scritto lui lì a disposizione di tutti. Chiunque può prenderle, utilizzarle, trasformarle. A due condizioni: versare un dollaro e firmare una dichiarazione nella quale garantisce che anche il risultato della trasformazione deve essere “promiscuo” allo stesso modo.

Non male.

Mi sembra che tutto ciò abbia molto a che fare con la libera circolazione delle parole intorno alla scienza.

Arrivano pezzi dei laboratori di Genova. Andrea Giacobbe ci manda il suo bell’animale. Grazie a lui e a tutti quelli che vorranno mandarci i loro contributi.

Il divorano (Tratto da “Diario di un naturalista”)

Genova, 28 ottobre ‘07

Tra le creature che si sono di recente inurbate in questa antica città dagli stretti vicoli, forse seguendo il letto dei numerosi fiumi che dalle montagne retrostanti scendono per sfociare nel Mar Ligure, ne troviamo una che non esiterei a definire terrificante ma al tempo stesso affascinante, almeno dal punto di vista del naturalista. Si tratta del divorano, nome scientifico Divanus Divorans.

Quadrupede, ha una livrea marrone scuro, liscia e morbida al tatto. L’esemplare adulto può arrivare a pesare più di cento chilogrammi. La notevole mole del divorano non è tuttavia di intralcio alla sua normale attività. Le sue abitudini alimentari lo collocano tra i predatori carnivori. E’ in grado di predare sia animali di piccola taglia, che occasionalmente si trovino alla sua portata, sia animali di grossa taglia. Il comportamento di predazione si basa sulla capacità del divorano di attendere immobile la sua preda anche per periodi di tempo lunghissimi. L’aspetto morbido e accogliente del divorano spinge la sua preda di elezione, l’uomo, a sedersi o ad accovacciarsi su di esso, attirata anche dalle appendici olfattive, dall’aspetto simile a cuscini, di cui il corpo del divorano è disseminato. La predazione ha luogo non appena l’ignara vittima si addormenta. Il divorano la avvolge in una formidabile morsa tra lo schienale e la seduta, esercitando su di essa una pressione che negli esemplari più grandi può arrivare a duecento chilogrammi per centimetro quadrato. L’enorme pressione provoca lo sfondamento della cassa toracica e la conseguente morte per soffocamento.

Una volta uccisa la preda il divorano la inghiotte intera e la digerisce per settimane. Questo comportamento predatorio ricorda quello dei grandi serpenti, come il pitone reticolato o l’anaconda, dai quali tuttavia il divorano differisce notevolmente.

Nella fase digestiva esso diventa una creatura dall’indole mansueta, del tutto simile nell’aspetto al comune divano domestico, presente oggi in molte delle nostre abitazioni.

L’ultimo esemplare di divorano catturato a Genova si trovava nei pressi di Largo XII Ottobre. Abbattuto dagli agenti del vicino comando di polizia municipale, nel suo stomaco sono stati rinvenuti i resti di un turista americano di cui da tempo era stata segnalata la scomparsa. Il ritrovamento ha scatenato un’accesa polemica sulla necessità di proteggere i cittadini genovesi dai pericoli che provengono dall’avvicinarsi dei predatori alle loro abitazioni. Le autorità stanno vagliando l’ipotesi di creare una riserva in cui confinare i divorani, allo scopo di limitarne i pur rari spostamenti.

In frigo veritas

3 Novembre 2007

Non avrei mai pensato di essere tanto coinvolto da un frigorifero nuovo. Prima di tutto la posizione. Eravamo convinti che quello nuovo non doveva proprio essere incassato nell’armadio al posto del vecchio. La porta di legno non sta mai ben attaccata a quell’altra. C’è meno spazio e noi siamo in tanti, abbiamo bisogno di sistemarci la mega-spesa-settimanale. E poi dicono che quelli a incasso costano di più. Non è che ho verificato veramente questa voce, ma per me è così. L’ho presa per buona: è il mio dato iniziale. Il frigo deve essere esterno. La seconda certezza è che deve essere A+, A++, o insomma avere tutti i + che il mercato oggi ci offre, per risparmiare energia ed essere ecologicamente corretti.

Fine delle certezze. Leggi il seguito di questo post »

Concerto per mille gocce

1 Novembre 2007

Nell’esercizio di Primo Levi che già altri qui hanno sviluppato, ho incontrato il bolone, che condivido con voi.

Fuori l’acqua riempiva le pozzanghere di riverberi serali, allungando ancora di un poco la giornata. Nefi si arrampicò sulla gamba di Filippo e gli si rappitonò al ventre. Il calore del suo bolone era l’unico modo per asciugare i pensieri gocciolanti; questo Filippo lo sapeva da quando lo aveva trovato davanti alla porta della sua casa, piccolo come un pugno e prima ancora che gli spuntassero gli occhi. Oggi Nefi era un bolone lungo più della sua gamba, rosso come gli altri ma con quella sorpresa occhi neri, e non blu neon come tutti gli altri.

Le cinque dita della mano destra nel pelo lungo di Nefi seguivano a memoria il sentiero della colonna vertebrale del bolone: da sopra quei due bottoni neri in volto fino a giù, in punta di coda, rallentando nei tre punti dove osso incontra osso. Quelle protuberanze di dove partivano un tempo le sei zampe – quando i boloni avevano ancora le zampe – erano come luogo sparecchiato male, dove era stata vita ed era stata festa e ora solo restava qualche rudere osseo. Ora che i boloni strisciavano quelli erano solo il punto dove andare con le dita, avanti e indietro e poi in tondo attorno, e far andare su per le mani le braccia il cuore gli occhi chiusi il silenzio di un’assenza.

Sulla vetrata la pioggia disegnava il suo concerto per mille gocce.