Autopsia di una lavatrice
19 Ottobre 2007
“Muore una lavatrice e c’è chi fa di tutto per poterla dissezionare. Una casalinga, un tecnico e un coro di ragazzi segue in diretta lo squartamento della macchina, operato da un professore che da essa estrae la storia di una città e della sua gente, ma alla fine…”.
“L’autopsia è per la conoscenza dell’uomo”, diceva Diderot. Oggi, qualcosa sull’interno dell’uomo lo sappiamo. Ma cosa sappiamo delle macchine che ci circondano? Sono sempre di più. Le usiamo sempre più frequentemente. E sempre più inconsapevolmente. Così il passo è breve. Oggi “l’autopsia è per la conoscenza delle macchine”.
A Pordenone, il 26 ottobre 2007, 20.30, presso il Convento di San Francesco, nell’ambito delle manifestazioni “Pordenone ScienzArtAmbiente” sarà rappresentata la
lezione-spettacolo “Autopsia di una lavatrice” di e con Vittorio Marchis, con la regia di Carla Manzon.
Insomma, Vittorio Marchis farà dell’autopsia di una macchina, la storia di una tecnologia, di un’impresa, di una città. Un pezzo di storia industriale del nord-est italiano. Un racconto che parte da viti, bulloni, guarnizioni e cestelli e arriva agli uomini, ai loro progetti, ai loro sogni. Come devono essere i racconti, del resto.
Il dilemma di Vargas
14 Ottobre 2007
Fred Vargas è prima di tutto un’archeozoologa specializzata in medievalistica – studia la trasmissione della peste dagli animali all’uomo. Poi è anche una scrittrice fertile e fantasiosa. La leggenda narra che scriva ciascuno dei suoi romanzi in ventun giorni, durante le vacanze, e che li riveda nei mesi autunnali. L’uomo dei cerchi azzurri è il romanzo nel quale muovono i primi passi il commisario Adamsberg e Danglard, come dire sentimento e ragione. Ma anche osservazione e metodo. Serendipity e logica aristotelica. Scienze della vita e scienze dure. Un fertile antagonismo cooperativo.
Nell’uomo dei cerchi azzurri, la figura di Mathilde è un po’ l’alter-ego dell’autrice: studiosa nota a livello internazionale per i suoi studi sul mondo sottomarino, in realtà ama osservare tanto gli uomini – che segue per Parigi – quanto i suoi adorati pesci. Nel comportamento degli uni legge quello degli altri. E viceversa.
È una scienziata prestata allo human-watching, proprio come Fred Vargas del resto. E diciamocelo cosa c’è di meglio dello human-watching e dei racconti che ne scaturiscono?
Anche se. Anche se Vargas sembra avere qualche dubbio. Infatti Mathilde pensa:
“Un buon bottino. Niente di cui lamentarsi. Avrebbe dovuto scriverlo. Sarebbe stato più divertente che scrivere su pettorali dei pesci.
- Sì, ma cosa? – disse ad alta voce alzandosi di colpo. – Scrivere cosa? E perché poi, scrivere?
Per raccontare la vita, rispose a se stessa.
Cazzate! Almeno sui pettorali hai qualcosa da raccontare che nessuno sa. Ma il resto? Perché scrivere? Per sedurre? È così? Per sedurre gli sconosciuti, come se i conosciuti non ti bastassero? Per illudersi di raccogliere la quintessenza del mondo in poche pagine? Ma quale quintessenza, poi? Quale emozione del mondo? Che dire? Anche la storia del topolino pettirosso non è interessante da raccontare. Scrivere significa fallire“.
Mmm. Ci penserò. E magari parliamone.
Necessità del drago
9 Ottobre 2007
Nella sua introduzione al Manuale di zoologia fantastica, Borges osserva che “ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell’universo; ma c’è qualcosa, nella sua immagine, che s’accorda con l’immaginazione degli uomini; e così esso sorge in epoche e latitudini diverse. E’, per così dire, una bestia necessaria, non effimera come la Chimera o il Catoblepa.”
Quaranta anni fa, in Bolivia, veniva ammazzato Ernesto Che Guevara, medico, amante della letteratura e rivoluzionario. Oggi lo ricordiamo non tanto perché sia un “mito”, come viene ripetuto su ogni foglio, da ogni voce che ne parli. Oggi lo ricordiamo perché nel Che, come nel drago, c’è qualcosa che si accorda con la nostra immaginazione e con la nostra necessità di sperare in un mondo diverso. Tanto che, come il drago, è sorto in epoche e latitudini diverse, con nomi diversi e spesso sconosciuti, in ogni lotta, in ogni sussulto – anche solo di cuore – dei vilipendiados di tutti i tempi.
Il Che è, per così dire, un invariante della teoria delle vicende umane.
Sul tempo come fregatura
3 Ottobre 2007
“Hai visto la mostra?” “Ehm no” “No? Come no?” “Mi spiace…” “Ma eri lì a due passi due…”
“Sì lo so ma sai… mi spiace… non ho avuto tempo”.
Ah già, il tempo. Che gran fregatura il tempo.
Se non me lo chiedete so cos’è, diceva S. Agostino, se me lo chiedete non lo so più.
E io che pensavo che il tempo fosse un flusso continuo di momenti, uno dietro l’altro. Ora mi è chiaro che non è così. Se fosse così allora tra i parenti, la famiglia, il ragazzo, la nipote, le bollette, e, ah sì be’ certo il lavoro, insomma tra tutti questi momenti per stessa mia definizione di tempo ci dovrebbe sempre essere un momento dedicato a, che ne so, vedere la mostra di un amico. Se non c’è, se non si trova, allora non ci ho capito niente.
Dunque il tempo è discreto. Quantizzato, altroché. Sono permessi dei salti da un livello all’altro, dal giornalaio ai parenti, dall’università al moroso, ma altri sono proibiti, o a probabilità molto molto bassa, un epsilon tendente a zero.
Anche se sono lì, a due passi. Giusto un passettino, nulla più.
E non posso neanche tornare indietro, per poter trasformare quel “ehm no scusa” in “sì certo… giusto un salto”. Eh no, io che sono macroscopico ma fatto di pagliuzze infinitesimali che se ne sbattono della freccia temporale, io che sono fatto di ciccia e sangue per me la freccia ha una e una sola direzione. Notevole no? Notevole fregatura.
E allora, io che non sono S. Agostino, sono bravo a rispondere alla domandona.
Il tempo è una misura.
Misura una distanza.
La distanza tra due persone.