Esercizio: inventare dal nulla un animale che possa esistere (intendo che possa esistere fisiologicamente, crescere, nutrirsi, resistere all’ambiente ed ai predatori, riprodursi).

Proponente: Primo Levi, “Inventare un animale”, in L’altrui mestiere.

Svolgimento: Sole. Molto sole. E quindi sete. E luce accecante. Da bere non ce n’è. Pazienza, per ora. Gli ultimi giorni mi avevano insegnato che ripari in riva al Lago di Wada non dovevo aspettarmene e così non me li aspetto. Mi butto a terra, per non sudare almeno. E il sole è così forte che le palpebre sono quasi trasparenti. È un mondo rosso quello che vedo – vedo? Immagino, sogno, credo, voglio vedere. Le nubi corrono nel cielo rosso e la luce entra lo stesso. Se solo apro un pochino le palpebre, l’unico riparo rimangono le ciglia. Altrimenti solo raggi accecanti. Ma io le palpebre non le apro. Respiro piano, sento un po’ di rimbombo del cuore. Immagino un’arteria che gorgoglia. Mando giù qualche goccia di saliva. La lascio formarsi in bocca e poi la faccio scivolare in gola, salata!

Sento con le dita immobili le forme della sabbia. Ascolto i suoni. A un certo punto, sono così fermo che distinguo i rumori oltre al frusciare del lago. Il Lago di Wada – quello grande, sulle cui rive non cresce niente – è sempre in movimento, le sue acque sciabordano e c’è sempre un po’ di vento che fa muovere tutto. Ma dopo un po’, mi riposo così tanto che posso decidere di non sentirli più il lago e il vento. Ed ecco lo schiocco – clock, come una noce che si apre, come un sasso che cade su uno scoglio o, meglio ancora, come quando mia mamma metteva a sterilizzare i barattoli di conserva e ce n’era uno, fallato, che l’acqua bollente crepava – clock, e il vaso era rotto – tutto da buttare.

Clock. Per la seconda volta. Lo confesso ho ritratto la mano, di scatto, anche se nello stesso istante ho visto pagina 142 del “Dizionario degli animali lacustri”.

Terzo clock. Ho rimesso la mano sulla sabbia – l’ho infilata nella sabbia – ogni dito uno scavatore. Poi col medio e l’anulare l’ho toccato. Ed è freddo un bodi. Boia se è freddo! Sul Dizionario non c’è mica scritto che un bodi è freddo. Sapevo che ha sangue freddo, ma non mi ero mai chiesto com’era la su temperatura al tatto.

L’ho preso piano, nessuna reazione apparente da parte sua, , me lo sono messo sul palmo della sinistra e con la destra mi facevo visiera. Il bodi com’è nella sua natura. La palletta rossa che ha sulla schiena, che è la sua schiena, palpitava forse appena un po’ in fretta. Le quattro zampette non fanno presa sulla mia pelle. Gli manca la presa della sabbia finissima del Lago di Wada. Per me un solletico, appena. Lo faccio ballonzolare un po’ piano piano, perché giri su se stesso e mi mostri il muso, giallo, arancione, ocra proprio come tutto quello che mi circonda. Non ha occhi il bodi, solo due buchi per sentire i suoni, o meglio le vibrazioni di ciò che si muove sott’acqua. E che gli servono anche da branchie quando passa dalla vita terrestre (notturna) e quella lacustre (diurna).

Me lo avvicino agli occhi pian piano, per vedere i fittoni bianchissimi e i giochi di luce che il sole fa su di loro. Il bodi filtra coi fittoni l’humus del lago. E quando per un naufragio una chiazza di nafta ha invaso una baia, a riva sono stati trovati migliaia di bodi con la schiene squarciata da un’esplosione. Intossicati dalla nafta che i loro fittoni non hanno saputo filtrare. È così che i primi bodi sono stati osservati, sventrati dall’inquinamento.

Ce l’ho in mano da un sacco – cinque? Dieci minuti? – e ancora non si scalda. È veramente freddo. E con questo caldo è detto tutto…

Poi il bodi si contrae a vista d’occhio e il palmo della mano è tutto bagnato. Qualcosa di appiccicoso, che fa un po’ dei fili, che ha il colore liquido di una ragnatele quando al mattino è coperta di rugiada.

Mi ha fatto la cacca in mano!

Chi se ne importa del sole e della luce accecante. Lo prendo con l’indice e il pollice della destra e lo giro sulla schiena. E il reticolo di Paansal mi compare davanti: è un dedalo di venuzze pulsanti. Non che siano vene, poiché il bodi non ha una vera circolazione sanguigna. È piuttosto – lo so! – il suo stomaco, diffuso com’è su tutta la parte sottostante del bodi. La sua pancia è ricoperta di cunicoli spessi come un capello nei quali scorre l’humus.

3 Risposte a “Mi sono inventato il “bodi””

  1. Francesca E. Magni detto

    ciao!

    chiedo scusa a tutti per questo OT, ma c’è un post interessante a proposito del rapporto fra letteratura e matematica sul blog di Nazione Indiana, lo trovate qui:

    http://www.nazioneindiana.com/2007/09/18/sorellastre/#more-4459

    baci a tutti

    fem

  2. [...] Novembre 2007 Nell’esercizio di Primo Levi che già altri qui hanno sviluppato, ho incontrato il bolone, che condivido con [...]

  3. [...] spunti – delle gocce di vetro di un lampadario – mentre nel secondo il lesmapi va ad unirsi al bodi, al bolone e al divorano nati dall’esercizio di Primo Levi sull’invenzione di un [...]

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