In montagna

24 Luglio 2007

Antefatto: saranno due anni fa che mi capita di leggere da qualche parte online che in cima a un monte inglese qualcuno ha ritrovato un pianoforte. Mistero: non si capisce da dove venga. Mi faccio un appunto.

Questa mattina riapro una cartellina cercando tutt’altro – e come poteva essere se no? – e trovo quelle mie due righe.

Ovviamente le trovo buffe e scrivo questo.

 

 

A tremila metri l’aria non è proprio rarefatta, ma è sicuramente leggera. La senti nei polmoni e questo vuol dire che è proprio diversa perché i polmoni sono fatti per non sentire l’aria, o meglio i miei polmoni, quelli degli uomini di montagna l’aria non la sentono per niente. E probabilmente quel mistero era opera loro, non vedo altre possibilità. Chi altri avrebbe potuto farcela?

Ero salito sul Monte da solo, contro ogni buon senso e tutte le regole non scritte, perché non si segue da solo una mulattiera, poi un sentiero, quindi un pendio e un ghiaione e un piccolo tratto di ferrata e il ghiacciaio, ben tracciato ma pur sempre ghiacciaio, e di nuovo un altro ghiaione e della roccia che forse non è altro che terra compressa e battuta dai venti, indurita dal freddo dopo essere stata inzuppata dalla pioggia.

Comunque incurante della prudenza ero lassù solo, solo di esseri umani che respiravano, ansimavano e sudavano ma in compagnia della compagnia ideale di qualcuno di loro. E che qualcuno! Un qualcuno che era arrivato sin lassù per lasciarci la più strana delle stranezze.

Bisogna dire che intorno al Monte soffiano dei venti che producono certi giochi di pressione che non permettono a elicotteri o altri velivoli di fermarsi ma neanche di avvicinarsi per scaricare qualche oggetto, qualche pacco, qualche involucro utile agli uomini che arrivano sulla cima del Monte per avere un certo ristoro. Anche perché la cima è proprio una cima: ci sarà una piccola spianata di tre metri per tre, circa, con una parete sottile, che prima o poi qualcuno troverà crollata colpita da un fulmine, sul versante nord.

È una bellezza, quella parete, perché ripara dal freddo più freddo, quello che viene da nord per l’appunto ed è bello accucciarsi alla sua base a guardare il tramonto, o l’alba a seconda dell’ora. Più o meno a metà poi c’è quello che tutti chiamano il trono, una sorta di sedile naturale con due braccioli di roccia sul quale tutti si fanno fotografare sognandosi signori delle vette.

Ebbene, arrivato lassù verso sera, il sole mi accecò quasi perché quando la mia testa sbucò all’altezza della spianata stava calando con un movimento simmetrico al mio. E così non lo vidi subito, perché il rosso del tramonto faceva tutto nero. Poi, quando fui più alto del sole, non credei ai miei occhi. Davanti al trono, pronto per un concerto d’alta quota, stava un pianoforte Stein…, con la coda rivolta verso sud e le gambe ben conficcate nel terreno, che poi così duro non doveva essere. Chi poteva aver percorso sentieri, ghiacciai, ghiaioni e ferrate per portarlo lassù? In quanti ce l’avevano fatta? Perché?

Mentre mi domandavo senza risposte questo e molto altro, mi sedetti e iniziai a suonare. Avvolto nel mio sacco a pelo, suonavo ancora, Mozart, quando l’alba ricominciò il suo ciclo. Avevo vegliato tutta la notte e rinfrancato da tutta quell’armonia ero pronto a scendere.

Ps: finito di scrivere mi è venuto il dubbio che quell’appunto fosse frutto della mia fantasia e così ho googlato un po’ fino a imbattermi nella conferma e nella conclusione della storia.

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