La matematica che impasta la terra
10 Luglio 2007
Da quando la scienza si è impastata con la società e a ben vedere non è più così facile distinguere l’una dall’altra, è interessante scavare nei linguaggi intorno alla scienza. Sono fertili e gravidi d’orizzonti e aperture: è caduta la torre d’avorio! La scienza non basta più a se stessa.
I non esperti che parlano di scienza anche senza averne piena consapevolezza fanno qualcosa d’importante, gettano semi di novità su terreni inesplorati e per questo vergini e recettivi, pronti a far germogliare nuove idee, nuove prospettive. Veramente, oggi, qualcuno sa dire se un’idea – una di quelle che chiamiamo scientifiche – nasce dentro o fuori la scienza? Chi ne ha il merito, chi ne è l’origine?
Allo stato dell’arte, allora, cercare di raccontare idee matematiche, che si trovano in filigrana in situazioni che con la scienza e con la matematica non hanno nulla a che fare, vuol dire indagare la scienza di oggi e contribuire alla sua crescita.
Non è far divulgazione: l’obiettivo, invece, è narrare una storia nella quale la matematica emerga dalle azioni, dalle parole e dai pensieri dei personaggi. Siamo abituati a pensare la matematica come astrazione e teoria. Invece, si può cercare di ritrovarla nella quotidianità, perché alcuni concetti geometrici danno struttura non solo alle forme piane o tridimensionali, ma anche a quelle della vita di tutti i giorni.
Non è importante che il lettore capisca, impari, conosca o ri-conosca la matematica e le sue proprietà ma piuttosto che tragga godimento dalla lettura e che gli rimanga qualche idea su quei comportamenti regolari, anche senza sapere che si tratta di una regolarità matematica. È sufficiente che venga colta una prospettiva, in tutta la vaghezza e con tutti i dubbi che ci sono quando s’intuisce una scoperta, ma si è ancora lontani da una dimostrazione e quindi dalla comprensione completa.
In fondo, questo è quello che fa la geometria, sin da quando ha iniziato a “misurare la terra”: confronta le idee con l’esperienza e da questa coglie un’astrazione. Traccia curve e le curve sono figure astratte, che nascono da casi concreti e reali. Cerchiamo allora di raccontare di questi casi, non della matematica che verrà elaborata a partire da questi.
Questi tentativi hanno senso solo se collocati in un contesto di narrativa. Il lettore deve trovarseli tra le mani perché cerca un racconto da leggere, non perché vuole un libro sulla matematica, che è quasi trasparente, ed è lasciata al desiderio che il lettore ha o non ha di trovarla. In una cornice divulgativa, tutto questo andrebbe perso e lo sforzo, ma anche il risultato dello sforzo, sarebbe poco comprensibile.
Il lettore non vuole imparare né ragionare sulla matematica, piuttosto cerca un libro per passare qualche ora piacevole; è incuriosito da quei titoli un po’ fuori posto e che gli dicono altro rispetto al testo degli episodi; forse è disposto a lasciare che la curiosità lo metta sulla via della scoperta e gli mostri qualche tratto della regolarità matematica nascosta.
Ma se le cose stanno così, invece che raccontare idee matematiche bisogna fare un altro passo e mettersi a raccontare e basta. Se il terreno è fertile e recettivo, se non si sa da dove germogliano le idee, i pensieri, le teorie – allora non bisogna nascondere dietro al racconto la matematica, ma piuttosto bisogna raccontare lasciando (e soprattutto sperando!) che la matematica emerga.
Perché se la matematica è in noi e nelle cose attorno a noi, la matematica deve uscire e sgorgare dall’incontro inaspettato di penna e carta o, più realisticamente, di polpastrelli e tastiera, di pensieri e byte.
La scommessa, la prospettiva, la speranza è che la matematica ci sia e sappia esserci – non che qualcuno ce la metta o che qualcuno ce la (ri)trovi.
Leggendo seth lloyd e le sue idee sull’informazione sembrerebbe che la matematica sottenda qualunque cosa, e perchè no, anche il cervello. Se però molti vorrebbero leggere o immaginare “come di matematica” , non credo sia possibile sottenderla narrando ciò che si vuole. Anzi, semmai mi pare il contrario. Ovvero narrare di qualcosa che sembra avere, su strati inferiori, invisibili ma attivi e specifici, evoluzioni e necessità di tipo matematico. Mi rendo conto di essere un pò fumoso e poco specifico. Faccio un esempio per assurdo: nel vangelo c’è l’episodio della trasfigurazione di Cristo. Per duemila anni ( e ancora oggi) si fa professione di fede e basta, ma si potrebbe forse fare una narrazione degli accadimenti sulla base di una immaginazione laterale (matematica) basata sulla meccanica quantistica (stringhe, multiversi etc). Sarebbe interessante.
Non ho letto Seth Lloyd e il suo computer quantistico: un’altra mia lacuna.
Anyway, non penso che tu sia così fumoso. Certamente la matematica non sottende qualunque cosa. Anzi la matematica si dà dei limiti e il suo ragionare vale proprio entro quei limiti. Fuori vacilla. Invece, si può narrare e ritrovare nelle proprie storie fili matematici che vengono, involontariamente, tessuti. E poi seguirli e sottenderli al racconto, così come a un racconto si sottendono tante altre cose. Questa è la sfida: cogliere e riconoscere la matematica che ci sta dietro.
Grazie del commento.
ho fatto un’esperienza analoga di scrittura con un gruppo di studenti della mia scuola: è stato assegnato ai ragazzi un teorema di geometria attraverso la traduzione di un documento originale di Archimede, e successivamente uno spunto narrativo da sviluppare (l’idea di un vecchio ubriacone che spacciava monete false per soddisfare il suo vizio millantando abilità di calcolo inesistenti…) in modo che gli elementi essenziali del teorema diventassero momento centrale della narrazione… niente da fare! i ragazzi hanno tentato senza successo di seguire le nostre indicazioni… solo quando li abbiamo lasciati liberi di scegliere un tessuto narrativo di loro gradimento, sono riusciti autonomamente, guidati solo dall’entusiasmo suscitato dalla nostra proposta, a scrivere un racconto gradevolissimo, il cui protagonista è un vecchietto si, ma non ubriacone, bensì una figura simpatica e stravagante che utizza la logica dell’assurdo interna al metodo di esaustione per disegnare davanti ai loro occhi la strada della perfezione! Questa esperienza, a mio vedere, è una verifica ‘in campo’ della naturalezza con cui l’aspetto matematico può venir messo in gioco nella scrittura, quando esso sia già in qualche modo presente, anche in modo recondito o sottinteso…